In Messico c'è una squadra che rappresenta il riscatto sociale di una città sconvolta dalla guerra tra narcos ed esercito. Ecco la storia degli Indios di Ciudad Jerez .....
..."Evito di guardare le notizie in tv. Così mi sento più sicuro". Javier Saavedra, mediano degli Indios di Ciudad Juarez, non è un ribelle idealista. Non accende la televisione per un motivo molto semplice: perché altrimenti vedrebbe che nella zona dove lavora arrivare sani e salvi alla fine del giorno è già un'impresa. A Ciudad Juarez, appunto, città messicana nella regione del Chihuaua, il calcio è una salvezza e un diversivo per la gente. Lì infatti, di solito, ci si ammazza per le strade.
MIGLIAIA DI MORTI - La guerra tra narcotrafficanti ed esercito ha la sua prima linea proprio a Ciudad Juarez. Il vice-sindaco della città è stato ucciso, mentre il sindaco si è salvato per un pelo. In giro circolano cinquemila soldati e duemila poliziotti. Questo non ha impedito che a febbraio venissero fatte fuori, in media, dieci persone al giorno. Negli ultimi 14 mesi, poi, i morti ammazzati sono stati circa duemila.
FUGA DALLA REALTA' - Come si vive in una città così a rischio? Gli abitanti di Ciudad Juarez hanno, appunto, un unico diversivo: il calcio. Gli Indios, lo scorso maggio, sono riusciti a vincere i playoff della Segunda Division (la B messicana), salendo nella massima categoria. L'entusiasmo dei tifosi nei confronti della squadra è gigantesco. "E' la nostra fuga dalla realtà, dalla violenza e dalle cattive notizie", racconta al New York Times Miguel Carbajal, presidente del più grande fan club degli Indios.
FESTA - Lo stadio, nonostante la capienza limitata (22mila posti in una città di 1,3 milioni di abitanti), è sempre strapieno. A bordo campo tengono d'occhio la situazione almeno 400 tra poliziotti e soldati. Ma le partite sono delle feste: spettacoli, canti, balli ed esibizioni di "luchadores". Un posto, insomma, più sicuro rispetto alle strade cittadine. Nessuno ha mai potuto verificarlo, ma con ogni probabilità persino i narcotrafficanti sono andati a vedere qualche incontro degli Indios.
SOTTO SCORTA - I problemi veri, tuttavia, ce li hanno i calciatori. Molti, infatti, hanno rifiutato il trasferimento a Ciudad Juarez per paura. Il colombiano Andres Chitiva a dicembre se n'è andato per paura che gli rapissero i figli: gli avevano anche telefonato a casa minacciandolo di estorsione. Ezequiel Maggiolo e Juan Ramon Curbelo, tuttora in rosa, hanno preferito rimandare in patria la famiglia (rispettivamente in Argentina e in Uruguay) per lo stesso motivo. In generale i calciatori degli Indios vivono in zone super controllate e si muovono, sotto scorta, solo per andare alle partite e agli allenamenti.
DEPRESSIONE - In compenso sanno di rappresentare l'unico riscatto sociale per la popolazione. Un'eventuale retrocessione della squadra, a fine maggio, sarebbe una mazzata per tutti (adesso gli Indios sono ultimi, nel Gruppo 1, insieme a Santos e Atlante). Per i pochissimi sponsor, che se ne andrebbero senza troppe remore, ma soprattutto per la gente. "Le persone cadrebbero in una brutta depressione", ammette il presidente degli Indios, Francisco Ibarra Molina. In caso contrario, sintonizzeremo la televisione sui canali messicani. Per avere finalmente buone notizie.
..."Evito di guardare le notizie in tv. Così mi sento più sicuro". Javier Saavedra, mediano degli Indios di Ciudad Juarez, non è un ribelle idealista. Non accende la televisione per un motivo molto semplice: perché altrimenti vedrebbe che nella zona dove lavora arrivare sani e salvi alla fine del giorno è già un'impresa. A Ciudad Juarez, appunto, città messicana nella regione del Chihuaua, il calcio è una salvezza e un diversivo per la gente. Lì infatti, di solito, ci si ammazza per le strade.MIGLIAIA DI MORTI - La guerra tra narcotrafficanti ed esercito ha la sua prima linea proprio a Ciudad Juarez. Il vice-sindaco della città è stato ucciso, mentre il sindaco si è salvato per un pelo. In giro circolano cinquemila soldati e duemila poliziotti. Questo non ha impedito che a febbraio venissero fatte fuori, in media, dieci persone al giorno. Negli ultimi 14 mesi, poi, i morti ammazzati sono stati circa duemila.
FUGA DALLA REALTA' - Come si vive in una città così a rischio? Gli abitanti di Ciudad Juarez hanno, appunto, un unico diversivo: il calcio. Gli Indios, lo scorso maggio, sono riusciti a vincere i playoff della Segunda Division (la B messicana), salendo nella massima categoria. L'entusiasmo dei tifosi nei confronti della squadra è gigantesco. "E' la nostra fuga dalla realtà, dalla violenza e dalle cattive notizie", racconta al New York Times Miguel Carbajal, presidente del più grande fan club degli Indios.
FESTA - Lo stadio, nonostante la capienza limitata (22mila posti in una città di 1,3 milioni di abitanti), è sempre strapieno. A bordo campo tengono d'occhio la situazione almeno 400 tra poliziotti e soldati. Ma le partite sono delle feste: spettacoli, canti, balli ed esibizioni di "luchadores". Un posto, insomma, più sicuro rispetto alle strade cittadine. Nessuno ha mai potuto verificarlo, ma con ogni probabilità persino i narcotrafficanti sono andati a vedere qualche incontro degli Indios.
SOTTO SCORTA - I problemi veri, tuttavia, ce li hanno i calciatori. Molti, infatti, hanno rifiutato il trasferimento a Ciudad Juarez per paura. Il colombiano Andres Chitiva a dicembre se n'è andato per paura che gli rapissero i figli: gli avevano anche telefonato a casa minacciandolo di estorsione. Ezequiel Maggiolo e Juan Ramon Curbelo, tuttora in rosa, hanno preferito rimandare in patria la famiglia (rispettivamente in Argentina e in Uruguay) per lo stesso motivo. In generale i calciatori degli Indios vivono in zone super controllate e si muovono, sotto scorta, solo per andare alle partite e agli allenamenti.
DEPRESSIONE - In compenso sanno di rappresentare l'unico riscatto sociale per la popolazione. Un'eventuale retrocessione della squadra, a fine maggio, sarebbe una mazzata per tutti (adesso gli Indios sono ultimi, nel Gruppo 1, insieme a Santos e Atlante). Per i pochissimi sponsor, che se ne andrebbero senza troppe remore, ma soprattutto per la gente. "Le persone cadrebbero in una brutta depressione", ammette il presidente degli Indios, Francisco Ibarra Molina. In caso contrario, sintonizzeremo la televisione sui canali messicani. Per avere finalmente buone notizie.


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